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Inganni di parole PDF
di C. Dobner

Un ricordo gioioso di infanzia riceve, brutalmente, una carrettata di fango e si inquina, addolorandosi dinanzi alla realtà che interpella… qualche cosa che si infrange ma che, passato lo sgomento, lascia maturità e consapevolezza.
A me è capitato con Caruso…
Una delle attrazioni nello studio, carico di libri, che magnetizzava la mia infanzia era un grande trombone, ben lavorato e lucidissimo, che si ergeva come un serpente da un cilindro piatto. Con mille cautele vi veniva posato un disco nero, il manico con la testina della puntina doveva toccare il primo solco e una manovella laterale, manovrata con una fermezza delicata, faceva sprigionare una voce tenorile che incantava. Le note si susseguivano come una cascata coinvolgente: Caruso interpretava brani lirici e l’incisione era la prima in assoluto realizzata a Milano per la nascente discografia inglese nel 1902.
Il divieto assoluto di toccare uno strumento così prezioso era ripagato dalla gioia, frequente, dei melomani di casa che inondavano le stanze con i dieci famosissimi dischi, ai miei tempi già pezzi di antiquariato: Questa o quella per me pari sono…, Ah sì ben mio…
Caruso era un cognome che mi esaltava, una voce che mi rapiva. Contagio assoluto dovuto ai melomani miei educatori: le corde vocali di Enrico Caruso sembravano impiantate nel cuore, con estensione, potenza, dolcezza, espressività.
In adolescenza l’etimologia delle parole mi incuriosiva, come pure la storia dei cognomi. Fu così che mi imbattei in altro… e il fango mi travolse.
Si deve passare dallo studio alla miniera di zolfo o alle cave di rena, in Sicilia: il lavoro minorile è una piaga fra il 1700 e il 1800. Un’inchiesta del 1876 fu attanagliante: ragazzi dai sette anni in su, pagati 30 lire (in natura: farina o granoturco) alle famiglie, vengono consegnati al picconiere che li riduce in schiavitù. Se scappano vengono riconsegnati al “padrone” che può punirli come crede.
Il ragazzo entra sotto terra e vi rimane dalle 8 alle 10 ore, con una produzione calcolatissima: viaggi pre-determinati, dalla galleria di escavazione fino all’aria aperta. Se è vero che il carico varia, supera sempre la capacità di un bimbetto di 7 anni, anche se già abituato ai rudi lavori campestri.
I pozzi sono strettissimi, veri cunicoli, che i piccoli devo scalare, innumerevoli volte nel corso della giornata, innumerevoli volte nel corso della settimana, con un guadagno di pochissimi centesimi. Il cesto di vimini pesava e logorava la pelle, la “chiumazzata”, lo straccio che riparava le spalle, non era sufficiente a bilanciare il peso del carico che variava dai 20 ai 50 kg.
Per ritrovarsi a sera affamati, stanchi, soli e abbandonati, con un unico preciso programma: ricominciare l’indomani. Per quanti anni? Per tutta l’infanzia derubata, finché il loro corpo, per quanto denutrito e maltrattato, non potrà più sfidare la strettezza dei cunicoli e avrà un’unica chance: diventare picconiere e maltrattare, a loro volta, un altro piccolo di sette anni.
Mi sembrava una vicenda degna di Senza famiglia.
Storpi e rachitici e anche resi storpi dalle bastonate del picconiere:
Sindacati, diritti allo studio, numeri verdi, gialli… tutto un mondo da venire.
Infanzia derubata, ignobilmente sfruttata; fu come una sferzata: come si denominano questi piccoli schiavi? Caruso.
Sì proprio come il grande tenore. Questi piccoli carusi, quand’anche avessero l’ugola del grande Caruso, quale avvenire avrebbero? Lavoro e fame, sfruttamento e vuoto di cuore.
In una rivista missionaria lessi dei “carusi” d’oggi. Esistono ancora in tanti paesi grandi possidenti di miniere che chiudono occhi e cuore, perchè si apra il loro portafoglio, gonfiandosi con la carne consumata dei piccoli.
Centinaia di bambini scendono in miniera e duramente passano la giornata al buio: non conoscono il sole, la medicina dei poveri, perché scendono nel ventre della terra prima che i raggi illuminino il pianeta e risalgono quando ormai è buio pesto.
Incominciano anche a 5 anni e continuano fino a 13, restano rachitici e mingherlini, nel degrado più assoluto.
Un missionario vide un ragazzo dagli occhi svegli ma dolenti, un caruso dei nostri tempi, e gli disse: “Ti porto con me in città. Ti iscrivo ad una scuola professionale: imparerai a leggere, a scrivere, un mestiere con cui ti guadagnerai da vivere”.
“Padre, sono il maggiore, se io rimango qui, nell’inferno, mio fratello minore non scenderà in miniera”.
Come liberare tutti i carusi d’oggi? Giustizia è il primo nome della pace, disse Paolo VI.
Un ricordo gioioso di infanzia riceve, brutalmente, una carrettata di fango e si inquina, addolorandosi dinanzi alla realtà che interpella… qualche cosa che si infrange ma che, passato lo sgomento, lascia maturità e consapevolezza.
A me è capitato con Caruso…
Una delle attrazioni nello studio, carico di libri, che magnetizzava la mia infanzia era un grande trombone, ben lavorato e lucidissimo, che si ergeva come un serpente da un cilindro piatto. Con mille cautele vi veniva posato un disco nero, il manico con la testina della puntina doveva toccare il primo solco e una manovella laterale, manovrata con una fermezza delicata, faceva sprigionare una voce tenorile che incantava. Le note si susseguivano come una cascata coinvolgente: Caruso interpretava brani lirici e l’incisione era la prima in assoluto realizzata a Milano per la nascente discografia inglese nel 1902.
Il divieto assoluto di toccare uno strumento così prezioso era ripagato dalla gioia, frequente, dei melomani di casa che inondavano le stanze con i dieci famosissimi dischi, ai miei tempi già pezzi di antiquariato: Questa o quella per me pari sono…, Ah sì ben mio…
Caruso era un cognome che mi esaltava, una voce che mi rapiva. Contagio assoluto dovuto ai melomani miei educatori: le corde vocali di Enrico Caruso sembravano impiantate nel cuore, con estensione, potenza, dolcezza, espressività.
In adolescenza l’etimologia delle parole mi incuriosiva, come pure la storia dei cognomi. Fu così che mi imbattei in altro… e il fango mi travolse.
Si deve passare dallo studio alla miniera di zolfo o alle cave di rena, in Sicilia: il lavoro minorile è una piaga fra il 1700 e il 1800. Un’inchiesta del 1876 fu attanagliante: ragazzi dai sette anni in su, pagati 30 lire (in natura: farina o granoturco) alle famiglie, vengono consegnati al picconiere che li riduce in schiavitù. Se scappano vengono riconsegnati al “padrone” che può punirli come crede.
Il ragazzo entra sotto terra e vi rimane dalle 8 alle 10 ore, con una produzione calcolatissima: viaggi pre-determinati, dalla galleria di escavazione fino all’aria aperta. Se è vero che il carico varia, supera sempre la capacità di un bimbetto di 7 anni, anche se già abituato ai rudi lavori campestri.
I pozzi sono strettissimi, veri cunicoli, che i piccoli devo scalare, innumerevoli volte nel corso della giornata, innumerevoli volte nel corso della settimana, con un guadagno di pochissimi centesimi. Il cesto di vimini pesava e logorava la pelle, la “chiumazzata”, lo straccio che riparava le spalle, non era sufficiente a bilanciare il peso del carico che variava dai 20 ai 50 kg.
Per ritrovarsi a sera affamati, stanchi, soli e abbandonati, con un unico preciso programma: ricominciare l’indomani. Per quanti anni? Per tutta l’infanzia derubata, finché il loro corpo, per quanto denutrito e maltrattato, non potrà più sfidare la strettezza dei cunicoli e avrà un’unica chance: diventare picconiere e maltrattare, a loro volta, un altro piccolo di sette anni.
Mi sembrava una vicenda degna di Senza famiglia.
Storpi e rachitici e anche resi storpi dalle bastonate del picconiere:
Sindacati, diritti allo studio, numeri verdi, gialli… tutto un mondo da venire.
Infanzia derubata, ignobilmente sfruttata; fu come una sferzata: come si denominano questi piccoli schiavi? Caruso.
Sì proprio come il grande tenore. Questi piccoli carusi, quand’anche avessero l’ugola del grande Caruso, quale avvenire avrebbero? Lavoro e fame, sfruttamento e vuoto di cuore.
In una rivista missionaria lessi dei “carusi” d’oggi. Esistono ancora in tanti paesi grandi possidenti di miniere che chiudono occhi e cuore, perchè si apra il loro portafoglio, gonfiandosi con la carne consumata dei piccoli.
Centinaia di bambini scendono in miniera e duramente passano la giornata al buio: non conoscono il sole, la medicina dei poveri, perché scendono nel ventre della terra prima che i raggi illuminino il pianeta e risalgono quando ormai è buio pesto.
Incominciano anche a 5 anni e continuano fino a 13, restano rachitici e mingherlini, nel degrado più assoluto.
Un missionario vide un ragazzo dagli occhi svegli ma dolenti, un caruso dei nostri tempi, e gli disse: “Ti porto con me in città. Ti iscrivo ad una scuola professionale: imparerai a leggere, a scrivere, un mestiere con cui ti guadagnerai da vivere”.
“Padre, sono il maggiore, se io rimango qui, nell’inferno, mio fratello minore non scenderà in miniera”.
Come liberare tutti i carusi d’oggi? Giustizia è il primo nome della pace, disse Paolo VI.
 
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