riga
Scarica il Flash Player per visualizzare il filmato!!
Home arrow Eventi arrow Convegno Antonia Pozzi
Convegno A. Pozzi PDF

Invito

Martedì 25 novembre alle ore 15.00 (Sala Napoleonica, via S. Antonio 12)

intervento di sr. Cristiana Dobner:


Eros, bellezza ed agape: “vivo della poesia come le vene vivono del sangue”

Mi imbattei nell’enigmatica figura ed inquietante personalità di Antonia Pozzi quando ancora frequentavo il ginnasio grazie ad una citazione ritrovata in uno scritto di E. Montale. La mia curiosità ne fu stimolata ed aprii, nei tempi in cui ancora non esisteva il computer, una cartella cartacea di ricerca che, via via, con gli anni, andò sempre più ingrossandosi.
Mi colpì la sensibilità acuta della giovane Antonia coniugata con una timidezza che le impediva di stringere relazioni dirette; il peso di un’educazione formale che la incatenava, la sua solitudine di figlia unica, indubbiamente prediletta dai genitori ma anche molto condizionata.
L’avvertivo palpitante, ma fragile emotivamente nel profondo.
Il suo tracciato culturale era esemplare, non solo scolasticamente ma anche, e soprattutto, nell’ambito vasto del conoscere vero, quello che non passa per i banchi di scuola o per pezzi di carta arraffati e si costruisce invece con la persona stessa nell’ascolto delle proprie inclinazioni e degli stimoli del mondo in cui vive.
Antonia ebbe tutto dalla vita, in apparenza però. Infatti, nella realtà ella ebbe scacco matto in quelle che erano le sue tensioni più profonde e radicate: desiderava amare e spendersi per qualcuno e mai fu accettata per quella che si sentiva e, probabilmente, non era. Non nel suo profondo quanto nella sua capacità espressiva e di relazione.
Il mondo interiore della giovane ragazza era custodito nel suo io e consegnato alla carta, mentre ben poche amiche o amici ne avevano accesso.
Forse ne condividevano le apparenze: i viaggi, l’amore per la natura, per la musica, ma Antonia non si apriva ad un dialogo profondo che l’aiutasse a costruirsi dentro, in una vita che fosse slancio per sé e per tutti quanti avrebbe potuto incontrare.
Le sue lettere e le pagine del Diario sono eloquenti e, francamente, commoventi quando si leggano in questa chiave.
A mio avviso, le poesie di Antonia se affascinano di primo acchito, possono essere comprese ed assaporate solo se lasciate sedimentare a lungo. Allora svelano risvolti e sfaccettature che incominciano a diventare iridescenti e a palesare sempre spessori diversi.
So bene che molti non ritengono Antonia la grande poetessa del secolo scorso e neppure una grande poetessa. A me sembra una questione di lana caprina.
Le pagine vergate o trasudano poesia o non sono che esercizio di rima.
Per me vibrano.
Il saggio quindi che ho dedicato ad Antonia è nato da un interrogativo che, a lungo, mi sono posta: quale la percezione di Dio nel cuore di Antonia? Quale il suo percorso? Lo spessore e la trasparenza della sua anima come si rifrangono?
Sempre alla luce della profondità sia del suo pensare sia del suo sentire.

Con questo mio intervento che ho titolato:
EROS: BELLEZZA ED AGAPE.

vivo della poesia come le vene vivono del sangue

non voglio entrare in un excursus filosofico ma, pur non definendo per non mortificarne la reale potenza, devo tratteggiare l’accezione di Eros che mi guida in questa riflessione. Eros nell’accezione di emozione, intesa nella natura archetipa di daimon, caos, potenza creativa e distruttiva ad un tempo, forza coesiva e trasformativa.
Antonia Pozzi ne riceve il dono in sovrabbondanza e si scopre aperta alla profondità e alla Bellezza di quanto esiste. La sua esperienza di Bellezza però, nel corso della breve vita, si viene compiendo solo come auto-trascendimento, non come felice esperienza della trascendenza.
La Bellezza risveglia nella sua persona il sopito, quel cercare che non cerca la Bellezza in sé e si arena, ma cerca proprio la scoperta di quanto sia più significativo in sé e risvegli e ri-orienti, in sintesi di quanto sia “illuminante”. Il valore nella stessa esperienza e il cercare hanno sottesa la conoscenza che Antonia Pozzi vuole comprendere.
Introduco la misura del tempo per segnare i confini esistenziali in maniera più esplicita, in modo che la ricerca rammemorante poggi su una base certa. L’azione cornice è portante, perché Antonia non ricerca ed anela all’evidenza ontologica, filosofica, ma al problema ed al mistero della sua persona e delle relazioni umane, del vissuto per dirlo in una sola parola. Lo stesso afflato a-sistemico di Antonia è potenzialmente profetico. Si è poi realmente manifestato come tale?
La sua cifra intellettuale si palesa ben presto ma la bambina, e poi la ragazza, sono segnate dall’impostazione familiare: un opus reticolatum in cui tutto è prestabilito e collocato, senza concederle libertà di scelta, neppure sul piano della coscienza e dell’affettività. Una sorta di esemplare dei designer babies, di bambini su misura, in questo caso esemplare altolocato ed alto borghese.
L’emozione rimane come imbrigliata, con dolore e sgomento, nel gioco del vissuto della sua perenne supposta incompetenza, limitazione e mutilazione: Antonia Pozzi è fragile e vibrante come un giunco d’India:

Sola. In questa mia bella casa, coi mobili ricchi …
E questo terrore: mi perdo, non mi ritroverò, non mi riguadagnerò più. Piccole cose mi scalpellano, miserie mi corrodono. Quanto bene vorrei volere e non c’ nessuno e se qualcuno venisse, ormai è forse troppo tardi …
Ma se non ho più forza, se tutti mi vincono, se sono inferiore, perché lottare ancora e ansare e piangere? (D 48).

Le poesie di Antonia Pozzi esprimono la Bellezza secondo un paradigma intersecante, fra gioia ed estremo sconforto, come palesa la conclusione di Canto selvaggio:

Avrei voluto
scattare, in uno slancio, a quella luce;
e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,
perché il morente dio s’abbeverasse
del mio sangue. Poi restare, a notte,
stesa nel prato, con le vene vuote:
le stelle - a lapidare imbestialite
la mia carne disseccata, morta (P 16).

Spesso il silenzio di Antonia rivela più timore che pace:

Vicenda d’acque

La mia vita era come una cascata
inarcata nel vuoto;
la mia vita era tutta incoronata
di schiumate e di spruzzi.
Gridava la follia d’inabissarsi
in profondità cieca;
rombava la tortura di donarsi,
in veemente canto,
in offerta ruggente,
al vorace mistero del silenzio (P 30).

L’iride immaginaria di Antonia quali colori percepisce e presenta? Dipende proprio dall’Eros che la sospinge sempre:

Ho gridato di gioia, nel tramonto.
Cercavo i ciclamini fra i rovai:
ero salita ai piedi di una roccia
gonfia e rugosa, rotta di cespugli (P 16).

Procedo con due scansioni per meglio farmi comprendere:

- la scoperta dell’Eros, quale forza primordiale soggiacente all’ispirazione poetica, e la scoperta dell’Eros sessuale;
- La scoperta, tentata ma bloccatasi, dell’Eros/Agape, cioè di Dio.

Le prime due scoperte di Bellezza, come tensione ad una relazione con se stessa e un’alterità personale, e come attrazione sessuale, procedono di pari passo evolutivo, sono infatti componenti essenziali della sua personalità che potrebbero sprigionarsi nella Bellezza dell’ispirazione divina.
Per segmenti cresce il tutto, con movimento circolare, continuo, in espansione in una bambina che si apre a diventare giovane ragazza.
In una lettera a Tullio Gaudenz, indubbiamente, da un punto di vista cronologico, da situarsi in un’altra stagione dell’esistenza di Antonia Pozzi perché datata 29 gennaio 1933, si legge un’affermazione che sigilla la sua vita senza limiti di tempo:

Perché non per astratto ragionamento, ma per un’esperienza che brucia attraverso tutta la mia vita, per una adesione innata, irrevocabile, del più profondo essere, io credo, Tullio, alla poesia. E vivo della poesia come le vene vivono del sangue.

È l’Eros che la sollecita e la consuma e si esprime in una sola parola che la quattordicenne Antonia coglie come una lama: sempre!

7 febbraio 1926

Sono appena tornata dalla casa dei miei amici. Abbiamo ragionato a lungo intorno a cose grandi, troppo grandi per noi; e abbiamo detto del principio e della fine del mondo, dell’origine della materia; abbiamo vagato con la mente nello spazio costellato di pianeti, abbiamo discusso sulla vita dell’aldilà, abbiamo finito col rimanere assorti in uno stesso pensiero, mentre le ombre della sera scendevano lente, avvolgendo tutto delle loro brume misteriose. È strana l’impressione che provo io nel pensare alla vastità della terra: spingo più che posso il mio sguardo al limite dell’orizzonte; mi dico: è più grande-rivedo il panorama goduto dalla Madonnina del Duomo: no, è più grande ancora- mi si riaffaccia la visione scintillante avuta sulle cime della Grignetta: no, no, è più vasta. E allora tento, tento raffigurarmi una distesa immensa, sconfinata, che s’incurva così, laggiù... E lo stesso provo pensando all’eternità; sempre, ripeto a me stessa; sempre... sempre... Mi scuoto con un brivido: sempre! parola terribile, terribile come mai! (D 28-29).

Se questo stato d’animo, in cui Eros prorompe, si dovesse raffigurare potrebbe assumere il gesto e le fattezze dell’Implorante, quel mirabile bronzo opera di Camille Claudel, «diventata l’archetipo mitico del genio maledetto femminile. Osò lavorare nella scultura, il più maschile di tutti i mezzi, far da modella e lavorare per un artista di primo piano, Auguste Rodin, prenderlo come suo amante, e rappresentare i desideri erotici delle donne. La sua famiglia e Rodin la abbandonarono, perse la ragione e la storia dell’arte si dimenticò di lei per tre quarti di secolo». (DUBY G.-PERROT M., Storia delle donne, L’Ottocento, Laterza, Bari 1991, p. 287.)

Mi dovete concedere una parentesi dovuta al mio essere carmelitana che però può tornare fruttuosa per comprendere ed afferrare Antonia.
Teresa de Jesús, Fondatrice del Carmelo Scalzo, Dottore della Chiesa e ritenuta Madre degli spirituali, era donna in cui Eros pulsava sorgivo e vigoroso.
Ancora bimbetta visse un’esperienza analoga a quella di Antonia tuttavia non solo di segno ma anche di esito di vita opposto.
Teresa scrive nel suo libro Vida:

I mie fratelli non mi distoglievano in nulla dal servizio di Dio. Io li amavo tutti, ed essi ricambiavano il mio affetto.
Ve n’era uno che amavo più di tutti. Aveva quasi la mia età, e ci portavamo spesso a leggere insieme le vite dei santi. Pensando agli strazi che le martiri avevano sofferto per Dio, mi sembrava che noi comprassimo troppo a buon prezzo la sorte di andarlo un giorno a godere, e desideravo molto di morire anch’io come loro, benché non tanto per amore di Dio quanto per aver presto quei grandi beni che leggevo essere in cielo. E cercavamo insieme il mezzo per realizzare i nostri desideri.
Decidemmo di recarci nella terra dei mori, elemosinando per amore di Dio, nella speranza che là ci decapitassero, tanto era il coraggio che il Signore infondeva nelle nostre tenere anime se ne avessimo trovato il mezzo. Ma la difficoltà più grave era di aver genitori.
Grande la nostra impressione quando ci occorreva di leggere che le ricompense e le pene dell’altra vita sarebbero state senza fine. Ci fermavamo spesso in questo pensiero, e godevamo di ripetere frequentemente: Sempre! Sempre! Sempre! E così piacque al Signore che ne rimanessi tanto impressionata da concepire fin d’allora il più fermo proposito di non mai abbandonare il sentiero della verità (V 1, 4).

La stessa parola “sempre, siempre!”, eppure con quali risonanze diverse: tutto si gioca nell’interiore, nell’esperienza vissuta, nella Erlebniss, che assume valore di esperienza, Erfahrung, in cui si plasma l’essere spirituale, la sua esistenza, Dasein, e il suo essere essenziale, Sosein.
Per vie e opzioni divaricanti.
Nella prefazione a Gli imperdonabili di Cristina Campo, Guido Ceronetti suggerisce un pensiero che espliciterò:

L’Inesprimibile passa e ci tocca, ma così leggermente da non arrivare a modificarci sensibilmente... I veri scrittori lasciano sempre un segno, mentre queste filatrici d’inesprimibile, non curando di piantare segni, ne sono uno. Ciascuna di loro è un’idea. Sono come segni diacritici in cui la piena anarchia del suono si attenua perché la grazia, divina sempre, imponga all’energia la sua legge.(CAMPO C., Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 1987, prefazione a cura di G. Ceronetti, p. XIV.)

Antonia Pozzi io l’includo fra “le filatrici dell’inesprimibile” – sempre secondo G. Cernetti «le “donne cifrate” come Emily Brontë, Caterina da Siena, Eloisa del Paracleto, Rabia, Emily Dickinson, Teresa d’Avila, Anna - Caterina Emmerich, Marina Cvetaeva, Simone Weil o questa nostra rara Cristina Campo» - nel mio linguaggio filatrici in cui è emerso il tocco della grazia, sempre divina sostiene un testimone attendibile quale G. Cernetti per la sua esplicita non adesione confessionale-, energia che è Eros. Donata e affidata, consegnata alla libera scelta di ciascuna persona.
In ultima analisi: Eros e Thanatos che, danzando insieme, vengono a costituire l’haecceitas, l’individualità essenziale dell’una e dell’altra donna nell’aprirsi al mistero.
Con poche parole Antonia adulta tratteggerà Antonia bambina ed adolescente indicando una grave carenza nella sua educazione:

… io credo e l’ho provato su di me che è più grave impaccio al pensiero il non aver niente dietro di sé che l’avere una fede. È più facile costruire sulle rovine che costruire nel vuoto (L 114-115).

La sua facoltà desiderante è ardente e si slancia senza selezionare in un impeto solo:

Prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare (L 127-128).

Anche Pasturo, paese e panorama così amato quando i boschi si accendono, non spezza in lei quel carapace di segretezza e mistero che racchiude nel suo interiore; di conseguenza Antonia non posa in quiete:

… [Pasturo] era per lei un luogo di ritiro in cui ritrovare se stessa, occasione di un incontro profondo con la natura e, insieme, piccola patria ideale che veniva incontro tanto a un suo romanticismo di fondo, quanto al suo amore per le persone più semplici e schiette. In questo posto umile e solenne, alle pendici della Grigna (che era visibile dalla finestra della su stanza), le meschinità della vita cittadina si stemperavano e, con più forza che altrove, rinasceva nel suo animo l’ispirazione poetica … (B 30).

Un ego da poeta che anela ad altro:

La mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi (D 37).

Antonia Pozzi appare costantemente in preda di una tempesta erotica senza posa, scossa dalla nostalgia di pienezza, di totalità, di Bellezza perduta, mentre la sua vita sociale sembra camminare sul velluto: l’esperienza e l’esperienza di sé ne vengono però condizionate sul piano dell’affettività e dell’effettività, battute dal vento mordente della solitudine. Da qui gemmarono i suoi problemi.
La giovane Antonia vive quel periodo di crescita, fisica e psicologica, in cui, da autentici adolescenti, si minimizza il grande e si esaspera il marginale. Alcune componenti però vanno tenute in conto: il legame più forte con gli stadi precedenti dell’evoluzione psicologica, l’inconscio- quale regno delle madri-, “l’eterno feminino” prenatale, il mondo infinito, la potenzialità archetipa; tutte entrano in gioco con l’etica femminile della cura e della responsabilità vivissime in lei.
La maturità del sentire e del sentire erotico sconcerta in una ragazzina come Antonia, che ha già compreso come la dialettica patire/agire sia alla radice del vissuto in cui la persona viene data a se stessa come soggetto. Espresso non in termini filosofici, perché questa dimensione non è un portato del suo carattere, ma in quelli emozionali e vibranti, legati alla maggiore o minore profondità dei vissuti, dovuta, a sua volta, al sentire sbrigliato e prorompente.

Il tentativo di scoperta dell’Eros Dio

L’Eros in Platone non è solo impulso dell’uomo verso il divino ma è prerogativa del Dio stesso. Per Antonia Pozzi il cogitare si colloca in un piano ben diverso dal sentire. Se cogitare davvero è pensare, e se Dio è maius quam cogitari potest, allora consentire e pensare hanno due termini diversi. Essere in conspectum Dei e consentirvi non è vedere Dio, non è pensarlo: ma è vedere e pensare nella luce del suo valore tutto il resto. Questo vale ed è vissuto da Antonio Cervi che non riesce a scalfire l’anima di Antonia che, disperatamente, tenta di farsi comprendere.
Per la giovane affermare che «l’uomo è ontologicamente Homo viator, ossia sempre sulla via della ricerca della verità. Come dicevano i filosofi classici, la filosofia è sempre “ricerca”, mai definitivo “possesso” della verità» (REALE G.– D. ANTISERI, Quale ragione?, Cortina, Milano 2001, p. 13.), costituisce solo un bagaglio culturale non un granello di sabbia che, prima inquieta e tormenta l’ostrica, ma poi produce la perla:

Perché per me Dio è e non può essere altro che un Infinito, il quale, per essere perennemente vivo e quindi più Infinito, si concreta incessantemente entro forme determinate che ad ogni attimo si spezzano per l’urgere del fluire divino e ad ogni attimo si riplasmano per esprimere e concretare quella Vita che, inespressa, si annienterebbe. Ora lei vede che un Dio così non si può né chiamare né pregare né porre lungi da noi per adorarLo; lo si può soltanto vivere nel profondo, poi che è Lui l’occhio che ci fa vedere, la voce che ci fa cantare, l’amore e il dolore che ci fa insonni. E questa nostra vita irrimediabile, questo nostro cammino fatale, in cui ad ogni istante noi realizziamo, noi creiamo, per così dire, Dio nel nostro cuore, altro non può essere che l’attesa del grande giorno in cui l’involucro si spezzerà e la scintilla divina balzerà nuovamente in seno alla grande Fiamma. Ora, di questo Dio che non si lascia staccare dalla vita, dove possiamo avere più immediato il senso che nei momenti in cui più la lotta si acuisce tra lo spirito e le forme che inceppano il suo fluire? E non è la poesia uno di questi momenti? L’estasiata gioia del sogno non si sconta forse nel bisogno e nella fatica di gettare quel sogno in parole? E un po’ dell’assolutezza divina non riluce forse nell’atto di quella fatica? Io credo che il nostro compito, mentre attendiamo di tornare a Dio, sia proprio questo: di scoprire quanto più possiamo Dio in questa vita, di crearLo, di farLo balzare lucendo dall’’urto delle nostre anime con le cose (poesia e dolore), dal contatto delle nostre anime fra di loro (carità e fraternità). Per questo, Tullio, a me è sacra la poesia; per questo mi sono sacre le rinunce che mi hanno tolto tanta parte di giovinezza; per questo mi sono sacre le anime ch’io sento, al di là dalla veste terrena, in comunione con la mia anima (L 132-133).

Tuttavia, Antonia Pozzi non sente e quindi si blocca e si arresta. Il suo daimon conosce questa dimensione erotica di energia vibrante ma non ha mai avvertito la percezione contemporanea di Dio nel centro dell’anima, da cui dedurre l’esistenza dell’Essere ed intuire il mistero trinitario.
Trascendimento quindi e autotrascendenza dell’uomo, non trascendenza, moto verso Dio.
La lacerazione l’ostacola ancora di più e si presenta come un’ostentazione del suo più non essere riconducibile a unità, malgrado la sua affermazione pedagogica ed educativa verso il desiderato futuro figlio:

Io non credo a quello che credi tu, lo sai. E una volta questa disparità mi pareva un abisso terribile. Ma ora non più. Ora non ho più i miei diciassette anni: mi sento molto grigia e quieta. Tutti i miei pensieri sono tranquilli. E sono certa della mia vita senza pensare a Dio. Mi sembra che molta gente viva senza intuizioni artistiche, così si può vivere senza intuizioni religiose. Io non cerco Dio perché non sento il bisogno di cercarlo; perché credo che la mia vita può essere moralissima anche se io faccio le cose per se stesse e non perché Dio lo vuole. Mi sembra che il mio pensiero sia ritornato molto semplice, bambino, quasi: ma diritto, sicuro, calmissimo. Un giorno, se il dolore mi vorrà far pregare, sentirò anch’io il bisogno di Dio e forse lo cercherò. O forse non lo cercherò. Non so. Io so che mai come ora ho sentito la mia vita nelle cose fuori di me: ed è un dissolversi soavissimo (L 114-115).
La religiosità di Antonio Cervi avrebbe voluto proporle non un semplice rinnovamento del sentire e del pensare, ma la concezione stessa del divino come perenne nascita del nuovo in noi, anche attraverso l’immensa libertà che la quotidiana “morte” dell’“uomo vecchio” conquista rispetto al passato e alla cieca ripetizione di quanto si era.
Per Antonia non diviene progetto di vita ma tragedia rammulinante. Lo sgorgare dell’Agape, quale verità dell’Eros, del desiderio originario di Bellezza della persona, l’iride di Antonia non lo coglie.
L’Eros/Agape non diventa presenza ma sempre forza incontrollata, rinvio che ossessiona e svuota: motus in fine velocior. Per lei tutto sovrasta e si impone. La liceale aveva scritto al suo amato professore di greco Antonio Cervi

Che cosa vuole che concluda io sulla divinità di Cristo, se nessuno mi ha mai insegnato a crederci; se quando ero bambina ne ridevo e adesso mi sembra che non valga nemmeno la pena di pensarci? In uno dei miei fugacissimi risvegli, le ho chiesto, in nome della fraternità, di guidarmi e di stimolarmi, perché mi conosco bene e so che ho bisogno di uno sprone continuo per combattere la mia incostanza che mi fa dimenticare tante cose con una facilità spaventosa: lei mi ha negato il suo aiuto. In fondo, ha avuto ragione: io non sono né un’anima religiosa, né una mente filosofica (L 58-59).

Sarà proprio la carenza dell’Eros/speranza che condurrà Antonia Pozzi a rinunciare alla vita, nell’impotenza di comprendere appieno quanto avviene intorno e dentro di sé. Forse senza capire la gravità, la vastità, di quanto compie nelle sue conseguenze personali e per gli altri che lascia nella storia.
Gli ultimi istanti di Antonia Pozzi li odo espressi drammaticamente da Sofia Gubaidulina nella sua composizione Sette parole: nel sesto movimento il suono diventa stridente, duro, perché l’archetto si sposta verso il ponticello, vuole superare il limite. Antonia si sporge, raggiunge il ponticello, la coscienza finita che deve superare se stessa, si sposta oltre cercando l’Eros, la Bellezza …
Nel settimo movimento l’archetto passa al di là del ponte ed è come entrare in un altro mondo: «Tutto è compiuto». Misteriosamente e dolorosamente compiuto nell’Eros/Agape.
Il suicidio di Antonia Pozzi, un grido di dolore poco ornato, sorto dall’oscurità, dal sol al mi bemolle, può perciò essere letto come afasica matrice, approdo di una vita, postilla del reale o apoftegma del soprannaturale?
La risposta rimane consegnata nella sua opera poetica, nell’Eros Bellezza che la ha pervasa ed innervata, scatenando un movimento che, per i pensanti e credenti, trova la sua compiuta quiete nel Padre Misericordioso.

A Elvira, 5 novembre 1931

Io vi sentirò sempre, te e la Lucia, vicine a me, lungo le strade buie, e ancora, mi sembrerà di ascoltarvi parlare: ma è triste, sai, rimanere, con sulle braccia il peso di tutto quello che mi avete donato, e non sapere se le mie braccia lo sosterranno! Tutto che di fervido, di turgido viveva in me, animato da voi, si smorza e si appiattisce, ma forse acquista in solidità; e questo rientrare nei limiti, questo recuperare il senso delle proprie possibilità, non è senza una pacata e ferma dolcezza. … Fino ad allora, il senso del divino era stato un estetismo, per me: null’altro. Ora il divino è una calma suprema, è una frescura limpidissima che permea di sé tutta la mia vita e mi fa blando il soffrire, trasognato il cammino e chiara e amica la morte (L 110-111).

Antonia Pozzi, una volta afferrata da questa chiara amica, vuole riposare sotto una pietra:

Ho visto un pezzo di prato libero che mi piace. Vorrei che mi portassero giù un bel pietrone e vi piantassero ogni anno rododendri, stelle alpine e muschi di montagna. Pensare di essere sepolta qui non è nemmeno morire, è un tornare alle radici. Ogni giorno le sento più tenaci dentro di me. Le mie mamme montagne (D 50).

Pietra che la sua iride afferra quale matrice di vita, quale forza vitale entro il principio litico, cioè come Eros, ma che è, soprattutto, per chi pensa e crede, Eros/Agape, Pietra dell’Anastasis di Gesù Cristo.
Un’immensità di Bellezza che cura e risana e si incrocia con un’altra e definitiva immensità di Bellezza nella fessura dell’anima:

La poesia è una catarsi del dolore, come l’immensità della morte è una catarsi della vita (L 127).


 
< Prec.   Pros. >

Chi e' online

Davar

“Tu sei davvero grande Signore Dio! Nessuno è come te e non vi è altro Dio fuori di te, proprio come abbiamo udito con i nostri orecchi.” (2 Samuele 7:22)

Powered by BibleGateway.com