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I fratelli Pappalardi. Dove era Dio? PDF

di C. Dobner

Una domanda che torna di fronte alla tragedia di Gravina
L’indignazione ribolle dinanzi alla scoperta dei cadaveri dei due fratellini ritrovati, l’uno lontano dall’altro, in posizione fetale quasi a cercare quel grembo che, ancora non nati, donava loro vita e calore.
Finire in una cisterna profonda 25 metri è un baratro immenso non solo per due ragazzini ma anche per persone mature e, magari, robuste. La ricostruzione degli eventi e dell’evento occupa le pagine dei giornali e i video televisivi. È una rincorsa alla soluzione dell’enigma. Come se, davvero, in un momento come questo, l’essenziale e l’importante fosse la ricostruzione della tragedia e non il rapporto dei due piccoli con la vita e con quelli che hanno dato loro la vita.
I legami familiari, quelli del loro parentado, della città in cui sono vissuti e sono stati conosciuti, non sono forse più importanti e, perciò stesso, lacerati e sottoposti a grave violenza?
Possediamo strumenti che scrutano lo spazio ed individuano stelle e sistemi solari a miliardi di anni luce distanti da noi, siamo capaci di frugare, senza lederle, le piramidi dei faraoni e ritrovare tesori inauditi e di stupenda bellezza. Passiamo al setaccio con raggi potentissimi territori archeologici e ne individuiamo i reperti. Siamo iper-tecnologici e iper-rapidi e non siamo capaci di venire a capo di una ricerca che riporta quasi sotto casa?
Gli interrogativi si susseguono ed incalzano: per quanto tempo i due piccoli hanno languito? Che cosa li ha uccisi? Freddo e fame dicono, per ora, gli esperti legali. A sufficienza, quand’anche non ci fosse altro motivo, per stroncare chiunque.
E quanto l’autopsia non ci dirà? Chi potrà mai leggere nella psiche dei piccoli? Saremo capaci di costruire un computer che rilevi e valuti la sofferenza umana stretta fra abbandono e solitudine, fra giusto risentimento e constatazione che ormai, visto che ti trovi in una cisterna buia e fredda, tutti ti hanno abbandonato?
Da qui quella posizione fetale che non è gesto di abbandono in un grembo accogliente ma estremo grido non silente ma silenziato dalla paura, dal pericolo.
Da qui quel pollice nella bocca del più piccolo a cercare rassicurazione e soccorso che non veniva da nessuna parte e da nessuno.
Tutte le piste sono state battute e siamo andati a ricercare segnalazioni, indizi e spie dovunque. Rimane sempre il grande enigma del cuore umano, questa forse è la cisterna che non perdona o non può perdonare a se stesso e a se stessa.
Chiunque si sia mosso nelle direzione della cisterna, abbia programmato, pensato e attuato un piano così crudele ed estremo, non è altro che una cisterna viva, un corpo umano il cui cuore è quel cunicolo scuro, umido e putrido che aggredisce la vita e il suo senso. Questa è la pista che andrebbe verificata, setacciata e a cui tentare di porre rimedio, ora e in futuro. I legami più naturali, quelli che donano la vita sono tutti alterati, sconvolti. Come guardarsi negli occhi per tanto tempo celando un simile segreto? Il potere del rancore, della gelosia, delle oscure forze interiori si scatena senza remissione. Non voglio chiudere il flusso della vita con una paratia stagna e tagliare ogni possibile via di ritorno, sarebbe contrario ad ogni pensiero che poggi sull’antropologia evangelica e sulla certezza che lo Spirito dimora nei cuori, anche nelle cisterne più buie.
Mi chiedo senza pormi schermi o difese: Lui dov’era? Lui che cosa ha fatto per Francesco e Salvatore? Troppo spesso questi stessi interrogativi costituiscono, malgrado l’apparenza, la più grande elusione. Vanno rovesciati: dov’era la persona umana? Che cosa ha fatto quella persona umana più vicina ai fratellini? Perché nessuno, prima che la tragedia si sviluppasse in toni così fatali, non ha avvertito in sé la responsabilità di un intervento? Proprio nessuno ha percepito e compreso il dolore negli occhi dei piccoli?
Non so dare risposta. So darne un’altra: so dove era Dio e so che cosa ha fatto Dio per loro. Egli era là e piangeva con loro, con loro si disperava, con loro pativa. Il nostro Dio non è impassibile e giudice gelido, è Padre che sorregge il Figlio quando questi dona la vita per salvarci. Nell’estremo grido di Gesù sulla croce sono contenuti e riecheggiano tutti i gridi dell’umanità intera e tutti sono bagnati dalle lacrime del Padre.
È il nostro gemello che ci accompagna per tutta la vita: quando un gemello ha mal di capo, anche l’altro gemello soffre. Questa certezza ha accompagnato il popolo di Israele in tutte le tragedie della sua storia. Questa stessa certezza accompagna la Chiesa nel turbinio della storia. Questo stretto legame è la ragione del nostro vivere e del nostro soffrire, i piccoli non erano soli, non erano abbandonati da Lui, sono state le nostre mani e la nostra intelligenza a fallire. Ancora una volta. Non potremmo far sì che, almeno, si tratti dell'ultima?

 
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