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Un lampo di gioia! PDF

"Domenica 3 febbraio si celebra la XXX Giornata nazionale per la vita, promossa dalla Conferenza episcopale italiana. Il tema sarà "Servire la vita" (cfr SIR 7/2008). Pubblichiamo una riflessione di suor Cristiana Dobner, carmelitana scalza. Ci è parsa significativa questa scelta alla vigilia della Giornata per la vita consacrata (2 febbraio)."

di C. Dobner

Qualche giorno fa ho incontrato un chiassoso e simpatico gruppo di spilungoni adolescenti: moderni, sportivi, e forse anche studiosi. Jeans bucati e rappezzati, pendenti da sera (un tempo ornamento di gala!!), ciuffi spioventi, occhi attenti. Linguaggio controllato, perché, si sa... bene o male un monastero una certa soggezione l'incute!
L'imbarazzo, da parte loro, è stato notevole, non sapevano rispondere a interrogativi che, una volta messi a confronto, assaporati e fatti propri, dirigono la barra dell'unica esperienza che ci viene consegnata quando entriamo nel mondo e nella storia: da dove vengo? Dove vado?
Non è una questione filosofica e marginale, è questione di fondo che tocca ogni istante del nostro respirare e muoversi.
La superficialità è sempre in agguato e tende trappole insidiose e pericolose. Il nostro linguaggio è mutato e me ne avvedevo ascoltando i miei giovani interlocutori, non solo per i loro ok e cioè, cioè... ma anche per la valenza dei termini. La spia quindi è drammatica: ci agitiamo in un vuoto, gradevole, colorito, vario. Pur sempre un vuoto, perché mancano i riferimenti primi e principali, detto in una parola: i valori.
Anche in questo termine però è latente un pericolo, quello dell'astrazione, perché nominando i valori si pensa e ci si riferisce a chi o a che cosa? Globalizzazione e mezzi telematici tendono a coprire tutto di una spessa nube mediatica e uniforme che appiattisce e impedisce di vedere, scrutare dentro di sé, nelle relazioni con gli altri. In una parola impedisce di vivere. Il dramma entra nel collo della bottiglia: che cosa significa vivere? La vita per me ha un senso?
È sempre carente lo sguardo posto su Gesù Cristo, ci accontentiamo di succedanei ma dimenticando che il Figlio di Dio si è incarnato e si è fatto Uomo, carne come noi. Egli ha percorso un tratto della nostra storia per indicarci come e perché si riceva il dono della vita: da dove è venuto Gesù Cristo? Dove è andato?
Tentavo di spiegare ai ragazzi, scrutatori e critici, come fra dono e regalo corra una differenza abissale e non sempre colta, proprio perché disturba e inquieta. Siamo colmi di regali e sappiamo farli, ci si sbizzarrisce, si svuotano borsellini per far giungere regali... per avere qualcosa in cambio. Il dono invece non guarda a sé, non vuole averne colme le mani, vuole solo guardare all'altro per coglierne il desiderio oppure l'inespresso anelito. Richiede di mettersi in sintonia profonda e dimenticarsi di sé, di spendersi piuttosto che di spendere, di dimenticarsi piuttosto che mettersi in evidenza...
Dono è l'altro nome di servizio. Una parola che se promana dall'annuncio evangelico, si incide sulla propria pelle e impedisce di perimetrare la vita al proprio caldo e comodo nido, impedisce di trasformarlo in un confortevole rifugio in cui, chiusa la porta alle spalle nulla esiste, tranne il proprio benessere e comodità.
Come si può essere genitori se non si è a servizio dei più illustri sconosciuti - così affermavano due miei cari amici neogenitori - che hanno invaso il tuo campo vitale e tutto attendono da te, una volta diventati padre e madre?
Quel cammino che inizia quando ci si sporge sulla storia o è un dono oppure è la più grande frode esistente perché non porta che alla dissoluzione. Hemingway colse nel segno: "Nada y pues nada y nada y pues nada"... nulla e poi nulla e ancora nulla...
Io chiedo sempre, a chi di questa frase fa l'emblema della propria esistenza, se ha figli. Vedo, spesso, brillare un lampo di gioia. Il mio interrogativo successivo è una lama: "Perché mettere al mondo dei figli se tutto finisce ed è nada? Perché immetterli in un circuito che come traguardo conosce solo la morte?".
I figli, spesso "il" figlio, diventano solo anelli di una catena che ignora il proprio "dove" di partenza e di ritorno.
Il servizio alla vita è altro: è riconoscere il progetto di Dio su di sé, su quell'unica tessera (la mia stessa vita) che se però venisse a mancare lascerebbe un vuoto irreparabile nell'insieme. Servire chiunque si trovi in necessità: giovane, anziano, bisognoso, analfabeta, vita nascente e rifiutata. Servire e consumarsi camminando verso il "dove" certo e sicuro, quel grembo del Padre che il Signore Gesù ci ha indicato quale meta.
Un dono, la vita di Gesù, che contagia e dona impulso, impedisce di arrestarsi e stimola ad un fluire continuo, inarrestabile. Un dono di vita che rende l'esistenza tutta, dal suo misterioso concepimento fino al suo trapasso, ancora più misterioso, dono di libertà per la dignità di ogni esistenza.

 
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