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Trema un'altra terra PDF

di C.Dobner



Il confine fra realtà ed immaginazione si varca e, forse, si dissolve subito una volta raggiunti dalle riprese della catastrofe di Haiti.
I film di azione presentano la difficoltà di contare le persone eliminate e l’obiettivo si posa insistentemente su corpi dolenti feriti o su cadaveri sanguinanti, grondanti. Gangster, federali, poliziotti, mafiosi e spacciatori, lasciano la pelle con disinvoltura e la conta si smarrisce nella ridda degli eventi. “Lord of War” però ci porta, sapientemente, su di un altro piano, ineludibile e scuote la coscienza per il cinismo, la mancanza di riferimenti che, almeno lontanamente, ricordino qualche principio etico che sorregge ciascuno e la comunità che abita.
Lo stesso pregevole “Il Signore degli anelli”, con tutto il suo portato simbolico e costruttivo per la persona umana, abbonda in corpi devastati, stragi, uccisioni, crolli… il nostro sentire però lo ritiene una valvola di scarico, uno sfiatatoio e quasi, a visione avvenuta, ci sentiamo liberati, dimentichiamo l’orrore della guerra e ricordiamo solo la barca che Frodo calca e si allontana là, dove tutti, finalmente in pace e pacificati, ci ritroveremo. La realtà ci colpisce solo di striscio, mentre la fantasia può volare e colorarsi lietamente.
Il confine però rimane: le notti sono tranquille e i pasti assaporati.
Il confine invece non solo si sfilaccia ma letteralmente salta e scompare quando la realtà di Haiti penetra nel nostro universo mentale e immaginifico: realtà nuda, non finzione da studios hollywoodiani.
La distruzione, le macerie, i cumuli di corpi devastati ed abbandonati, suscitano un rigetto di nausea e di impotenza. Il pensiero è immediato: potrei, da un momento all’altro, trovarmi anch’io nella stessa, identica, situazione. Allora trema un’altra terra. La terra del mio io trema e si apre nella scossa sussultoria, nel panico.
Quanto, io e noi abbiamo costruito nella storia, lascia solo calcinacci, voragini, odori nauseabondi, pericoli di epidemie spietate. Le antiche Cronache narrano l’orrore della peste, quella descritta da Manzoni e vissuta in prima persona dai miei confratelli carmelitani milanesi, risparmiati dal contagio ma, consapevolmente offertisi per soccorrere gli appestati, certi, agendo così, di contare le loro, personali, ore di vita.
Perché non si misero in salvo? Per la stessa ragione per cui oggi i volontari accorrono, pur sapendo che le scosse non sono finite e che pericoli di ogni genere sono in agguato per ghermire la loro vita.
La solidarietà, quando è in gioco la realtà, diviene la forma storica, tangibile, della speranza, di quella tensione che lega persona a persona in una relazione che, unica, rimane e che unica, per chi crede, passa per il Cristo Crocifisso che portò nel suo stesso corpo di carne ogni possibile devastazione.
Il ribrezzo allora cede il posto alla pietà, il cumulo di cadaveri, siano essi ad Auschwitz, nei gulag, o ad Haiti, gridano che il morto ha lasciato il suo dono alla storia, alla vita, ha vissuto il suo tempo con dignità, perché essere umano e perché tale deve essere considerato.
Una fossa comune è dettata, in Haiti – non così “nell’ano del mondo” di Auschwitz o nella lordura morale dei Gulag – da necessità igieniche, però il rimbalzo urta perché l’interrogativo preme: io così finisco? Tutto quello che ho inseguito in vita, che ho costruito, che ho preso e ho donato, tutto, integralmente, viene buttato in un buco e ricoperto da qualche palata di terriccio?
In fine che cosa rimane?
La relazione persona-persona, quel canale che tutti dobbiamo attraversare per conoscere noi stessi e diventare “grandi”, abbandonando le spoglie del bambino e mostrandoci adulti consapevoli. Questa dimensione è imprescindibile ed è di tutti (o di tutti deve essere) al di là del colore, della nazionalità, della bellezza e dell’efficienza. Edith Stein lo visse sulla sua stessa pelle e l’indicò come la porta del XX secolo che si apriva nelle antiche mura del Castello Interiore di Teresa di Gesù, che, fino ad allora, conosceva solo la porta dell’orazione. Porta moderna, varco senza soglia, libero, che solo consente di aprirsi ad un’altra relazione e la fonda, quella che silente attende di liberare la sua luce dentro di noi: lo stesso Creatore in attesa che si percepisca il suo Amore e gli sia dia risposta.
Chi, non credente, entra in relazione con gli altri e li soccorre, come ammirati possiamo constatare in questi giorni ad Haiti, forse non lo sa ma è già all’interno di questa relazione costruttiva ed eterna, è già nel Castello, è nel vivo della relazione con Dio che lo attende.
Chi, credente, entra in relazione con gli altri e con Dio, trasfigura il cumulo di corpi devastati, la ributtante fossa, in una delle dimore più sontuose del Castello, perché il Cristo stesso accoglie chi, come lui, passò per l’orrore.
Nulla è perduto, l’apertura della persona all’Infinito, a Dio, permane e canta, nella morte, il grido di trionfo sulla morte, perché è sconfitta ed è divenuta incontro con il Risorto.
18 gennaio 2009
Credenti e non credenti di fronte ai cumuli di morti
 
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