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Una silente melodia PDF
di C. Dobner

La voce e il volto di Miriam di Nazaret


Un pensiero fisso, non un chiodo fisso! ma una sorta di silente melodia mi accompagna da tempo: Egli mi precede. Troppo spesso senza nessuna soluzione concreta, da parte mia.
Una melodia che si incide senza concedere tregua, un richiamo a ripensarmi, a riconsiderarmi. Egli mi precede e nella mia storia mi spiana la strada, la riduce a un budello chiuso, la colma di detriti, la fa girare e girare tanto da sembrare il gioco dell’oca. Eppure è strada di totale misericordia e di bontà paterna che apre e chiude, attraverso la libertà degli eventi umani.
Egli, come il servo che precede il padrone con in mano la fiaccola accesa, batte il passo prima di me e nell’intrico delle vicende quotidiane fa risplendere la sua luce.
Io disinvoltamente protesto, magari solo con un impercettibile sdegno o con una smorfia di fastidio: le cose non si mettono come voglio!
Vivo un’assoluta ingratitudine e non riconosco il suo chinarsi su di me da servo, Egli il Creatore e Padre.
Suppongo di non essere la sola perché, quando con qualche persona amica accenno alla melodia insistente, ci ritroviamo e potremmo riunirci in un’ottima orchestra! Magra consolazione tuttavia.
Non sono sola però, in altro modo e, questa volta, in modo davvero risolutivo.
La fanciulla di Nazareth, di cui non riesco ad immaginare le fattezze e che ha ispirato migliaia e migliaia di artisti, canta la stessa melodia ma con una sfumatura ben diversa ed essenziale: Egli mi precede!
Miriam di Nazareth lo attesta con fermezza, senza un filo di dubbio e di esitazione, senza interrogarsi su macerie e detriti, su strade bloccate e rovinose.
Da tutta la storia del mondo, dai primordi della sua creazione, Miriam di Nazareth si è andata formando, senza che nessuno se ne avvedesse o ne intuisse il segreto disegno, attraverso tutta la sua stirpe, Israele; attraverso la sua famiglia di madre in madre, di padre in padre.
Il suo corpo porta tutti i cromosomi che via via, nei secoli, si sono fatti largo per dare vita al volto, al grembo, alle mani.
Il suo animo porta le tracce della parola dei profeti, del canto dei salmisti, della salsedine del Mare del Sale (ahimè detto Mar Morto), della sabbia del deserto e del fiorire dei campi della pianura di Esdrelon.
La sue mente si è aperta conoscendo le vicende alterne della fedeltà di JHWH nella alleanza “tagliata”- l’alleanza biblica non si stipula ma si taglia appunto- con il popolo e i suoi vistosi scarti di infedeltà.
Le sue canzoni sono percorse da suoni gutturali e da cembali, da ritmi di tamburelli e da fuochi scoppiettanti.
E questo non significa: Egli la precede?
Certo, ogni giovane donna di Israele sognava e desiderava ardentemente di diventare la Madre del Messia, di Colui che avrebbe salvato Israele e proclamato la vittoria.
Di certo però non alle condizioni che la strada snodantesi dinanzi alla fanciulla di Nazareth dimostravano e lasciavano prevedere.
Tutta la sua esistenza è stata scandita dalla granitica certezza di un’affermazione che in lei diventava stupore e riconoscenza: Egli mi precede!
Significava: devo solo ascoltarlo, tendere l’orecchio, scrutare l’orizzonte e fiutare il vento, il Suo vento, allora la vela si potrà gonfiare senza esitazioni.
Anche quando si rischia la vita di un neonato perché si vuole toglierlo di mezzo e il rifiuto della persona umana alla Luce donata assume la figura storica della fuga in Egitto.
Anche quando Egli precede e conduce per vie talvolta lunghe e tortuose e non prende quel sentiero che si staglia nitido e porta immediatamente (e magari con poco sforzo e fatica) subito in vetta. In concreto: trent’anni ad osservare un figlio (e quale Figlio!) che lavora da carpentiere o da falegname, giorno dopo giorno, non nel chiedersi «quando finalmente si rivelerà per quello che è»!, ma nello stupirsi continuo per un mistero che si dipanava, apparentemente senza senso, ma sempre all’insegna di “Egli mi precede!”.
Fino al clamoroso fiasco di un Figlio morto come un qualsiasi figlio, steso fra le braccia, e come non ricordare il dolente e soffuso “Lascia che io lo baci per un’ultima volta” della Passione di Luca composta da J. S. Bach?
Come intravvedere in un lugubre buco fra terra e roccia, nel corpo avvolto nel sudario, l’espressione massima e gloriosa di “Egli mi precede!”? Eppure Miriam di Nazaret, vertice e somma di dolore umano, seppe incarnare nell’attesa fino al terzo giorno, una trasparenza assoluta all’alleanza, non conobbe scarti di sorta, nel tempo che non passava mai, che non colava e sembrava immobile, in cui i minuti suonavano come decenni e la stasi ricopriva di cenere fredda. Nel suo animo su questa coltre risplendeva l’attesa, la speranza, quella tensione verso l’oltre, verso il superamento della storia, della contingenza.
Perché, vedendo il Figlio, nell’ultimo gesto con cui ricongiungerci al Padre, in quel suo alzarsi eretto e vivo dalla posizione di morte, e consegnarsi alla storia e al Padre da Risorto glorioso al mattino di Pasqua, Miriam di Nazareth avrebbe detto: Egli mi precede!
7 maggio.
 
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