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VACANZE E VITA - Perché il silenzio? PDF
di C.Dobner

Pensieri sui “castelli di sabbia”
Stagione di ferie, di tempo libero da orari e da impegni stringenti, stagione che conduce al gioco che rilassa e libera da tensioni e tossine e riporta all’infanzia e alla sua creatività.
La battigia con la sabbia e l’acqua faceva di noi bambini dei grandi costruttori di castelli merlati con torri possenti (ahimè anche pericolanti…), fossati in cui far scorrere l’acqua, mura non proprio a piombo ma resistenti.
Si diventava in un battibaleno ingegneri, manovali e muratori, imbrattati da capo a piedi ma con la certezza che, a costruzione finita, un tuffo avrebbe liberato da ogni sudata sporcizia.
Il gioco non è mai ingenuo, esprime e rimanda, accoglie e distrugge. È simile alla dinamica delle cellule che, per dare vita, devono morire.
Si imparava che ogni giorno si doveva costruire, perché la costruzione non solo non reggeva all’alta marea che scioglieva tutto nel suo grembo ondoso, ma era anche sufficiente il calore del sole per far scoppiare profonde crepe e far crollare lo splendido edificio.
Si imparava la fatica diuturna del lavoro, della ripresa, della continuità, senza rammaricarsi troppo dell’insuccesso e godendo molto dell’opera conclusa.
Si imparava un dato ineludibile con certezza sperimentale: la vita nasceva, si sviluppava ma poi scompariva, come la sabbia della costruzione sciolta da un getto d’acqua.
La battigia aveva un suo fascino particolare al mattino presto, quando ancora non rigurgitava di bagnanti vocianti ma il nastro di terra lambito dalla bassa marea brulicava di vita silente, spezzata soltanto dall’incessante mormorio dell’onda che si rifrangeva.
Momento solenne in cui ci si ritrovava soli, con lo sguardo che poteva posarsi su di un orizzonte quasi infinito che rifletteva il proprio volto. Quale volto? Se io ho un volto, i miei occhi in quali occhi possono riflettersi?
La ricerca dal faccia a faccia emergeva, perché in quel momento magico, solo il silenzio parlava, accogliendo la voce del mare con il suo andirivieni inesausto.
Il segno di quel silenzio permaneva anche nella confusione del vociare, delle radioline, quando con qualche bracciata un poco audace si raggiungeva il largo dove l’impressione della solitudine si acuiva, perché ogni rumore era tacitato.
Il regno che si squarciava nelle profondità (indubbiamente non oceaniche ….) delle acque non concedeva tregua: il silenzio imperava e richiamava.
Perché questa attrazione si impone? Perché solo il silenzio nutre il pensiero e il sentire?
Non si può toccare, non si può ridurre di volume, si può solo sfuggire quando dentro lacera o mette a nudo un deserto che non si vuole attraversare.
Le mani impastate di sabbia e di fango rimandano al racconto di Genesi: il Creatore proprio con la terra, adamáh, ha plasmato Adám, la creatura umana terrigna. Il verbo ebraico suggerisce quel guizzo di rumore che spezza il silenzio nella creazione, la terra bagnata viene spiccicata e, dal silenzio della terra toccata dalla mano del Creatore, ecco spuntare una sagoma, ancora inerte, priva di vita. Sarà il bacio del Creatore donato labbra a labbra ad infondere lo Spirito, un alito che incomincia a segnare il tempo della vita.
La luce silenziosa del Volto di Dio si è così impressa sul volto di Adám, il gioco si compie quando la libertà è donata. Adám non è un robot che Dio telecomanda a suo piacimento, è un essere dotato di intelligenza e di libertà di scelta. Il grande gioco della vita passa nelle mani di Adám, lo sguardo che fa brillare la sua interiorità può assumere mille sfumature, può anche camminare nella storia, se lo vuole, come Mosé, l’amico di Dio, con cui Egli parlava “faccia a faccia”.
Il momento del silenzio schiuso dal gesto creatore diventa il basso continuo che conduce a fissare gli occhi negli occhi Adám e Dio e tutti gli altri Adám.
Attimo in cui si radicano tutti gli altri attimi in due direzioni di crescita e di amore: ogni volto fa trasparire la personalità che si esprime all’esterno e cerca la comunione con tutti gli altri volti; ogni volto cerca il perché del proprio volto e lo trova solo nel Volto di Dio.
I castelli delle costruzioni di Adám nella storia sono di sabbia, la dicono lunga sull’esilità dell’esistenza e sulla sua precarietà, ma aprono anche alla terra plasmata da Dio per quel Soffio donato.
Mosè, quando giunse per lui il momento del ritorno al silenzio primordiale da cui era stato tratto, sigillò la sua storia, quando la parola finalmente tacque e le labbra diventarono non passive ma accoglienti del significato divino di ogni volto, con il baciò di Dio in cui Gli restituì il Soffio: labbra a labbra, ancora una volta, in un gesto di intimo amore, che lo riportarono al di là della creazione.
Il volto di un Adám incontrava così il Volto di Dio, in quel silenzio da cui il Padre per amore traboccante generò il Figlio.
L’infantile castello di sabbia, attimo di silenzio, si scopre allora Castello delle sette dimore, misteriosa perennità di silenzio nella storia: Teresa di Gesù guida alla scoperta del Volto del Padre e dei volti degli Adám.
12 Luglio 2010
 
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