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MINATORI CILENI - Pensieri dopo le emozioni PDF
di C. Dobner

Vite salvate, vite distrutte, vite perse
Le viscere della terra sono sempre state tenebrose ed ambigue, i miti degli antichi popoli ce lo hanno narrato, descritto e simbolizzato in tanti modi: un inghiottitoio che non conosce apertura alla luce, al sole oppure la grande Madre Terra che rigenera. Se tanti sono stati i giorni, le ore e anche i secondi, di attesa per noi che camminiamo sulla superficie, come lo sono stati per i minatori intrappolati? Quale il loro dramma interiore? Quali le paure da scacciare o da dominare?
Solo la solidarietà dei fratelli e delle sorelle può sostenere e creare, nella più cupa incertezza, un bagliore di certezza che non lasci precipitare il morale ad un livello in cui i contorni della vita e della morte si sfiorano e sembra prevalere quest’ultima. Il miracolo della tecnica ha mobilitato l’intelligenza, la destrezza e l’addestramento dei soccorritori ha stupito, ma ancora di più ha commosso il gruppo dei parenti, dei colleghi di lavoro, delle squadre impegnate in un lavoro duro che toglie la vita a chi deve guadagnarsi il pane per la vita appunto. Nessuno ha disertato il suo posto, nessuno si è allontanato da quella terribile bocca del pozzo che precipita nel profondo. La corda dell’emozione e dell’emotività è sana ma è insufficiente, forse anche comoda, quando mi ha consentito di dormire nel mio letto e di nutrirmi alla mia tavola. Non avrei potuto farlo se l’intrappolato fosse stato mio padre o mio fratello.
Un minatore lo ha detto chiaramente si trovava fra due mani: quella del diavolo e quella di Dio che se lo contendevano, con stati d’animo alterni e con un travolgere di difficoltà che si accumulavano man mano che i giorni passavano.
Un’esperienza di libertà somma. Ha continuato a ripeterlo infatti la patrona d’Europa Teresa Benedetta della Croce: fede è afferrare quella mano di Dio che mi sfiora.
Quel minatore era costantemente sfiorato o oppresso, scosso e turbato, ha afferrato la mano di Dio ed allora la terribile, spasmodica, attesa è diventata luce di speranza. Quella Presenza in lui è stata radice di vita nuova, di resistenza non solo psichica, di tenuta di nervi, ma di persona che riconosce un Padre addolorato per te, un Padre che soccorre. Mano del Padre e mano dei fratelli oranti.
Il cerchio però dell’interrogativo si allarga: i sistemi di sicurezza sono davvero tali? Con tutte le ricerche e le tecniche moderne è necessario scendere in quei meandri dove il rischio corre sulla pelle, dove la salute è messa a repentaglio?
Quanto guadagna un minatore? Il suo salario è proporzionato al rischio, alla fatica, all’usura?
Un ragazzo di 19 anni per quante ore al giorno è prigioniero del buio, della mancanza d’aria, esposto a quel quid che gli può essere fatale?
Il mutamento allora delle condizioni del lavoro e del lavoro stesso non risultano impellenti?
È giusto che una persona, proprio come me, per scaldarsi, per alimentare le caldaie, debba fare emergere un’altra dal pozzo con il volto coperto dalla polvere nera, debba metterne a repentaglio la salute?
Il pensiero va anche immediatamente ai tanti sconosciuti rimasti imprigionati per sempre e di cui non conosciamo neppure il nome in tanti paesi del pianeta. I loro figli non ne ricorderanno forse neppure il volto.
Urge dentro però anche il ricordo del piccolo bambino rotolato nel pozzo e che, malgrado ogni sforzo, non siamo stati capaci di salvare. Un piccolo di uomo che si è ritrovato solo ad affrontare un percorso che mai avrebbe immaginato e per il quale era impreparato vista la tenera età. Se mai si è preparati per affrontare la morte costretti in un cunicolo.
Ancora una volta si ripropone l’interrogativo: i sistemi di sicurezza dove sono?
Ed allora la sconfitta brucia ed è bene che bruci, perché colpisce quel colosso dai piedi di creta che è la società attuale, in cui la guerriglia sugli spalti tradisce un gioco che potrebbe alimentare sana allegria e competizione e degenera invece per il tradimento al dio denaro, per la devianza che comporta e non di certo per l’amore di patria.
Quando il premio Nobel si declassa e si abbassa a premiare un ricercatore di indubbia intelligente capacità e genialità, che però non ha posto i suoi talenti a servizio della persona umana ma a quelli di una ricerca che lo porta ai confini della vita stessa, forse non c’è più nulla di cui meravigliarsi o stupirsi. Neppure nulla però da accettare perché questa è la realtà della vita ed è ineludibile.
Sembra ineludibile ma è sempre possibile reagire, non in termini grandiosi, che attirino i riflettori dei media che ora rischiano di angustiare il ritorno dei minatori che non possono che desiderare il calore della loro famiglia e del sole, ma in termini di banale quotidiano, dove la vita venga accolta come dono di Dio affidata alla mano delle persone.
Un cambiamento radicale deve porsi in atto: bisogna imparare a guardarsi dentro, ad ascoltarsi, ad entrare in relazione con quel Dio che ci accompagna e da questa forza sorgiva trova l’energia per cambiare le strutture, i meccanismi viziati e corrosi.
Giovedi 14 Ottobre 2010
 
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