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Ma noi donne annunziamo Gesù Cristo Risorto PDF

di C. Dobner

Una rivisitazione costruttiva di ogni affermazione di Papa Francesco

a riguardo del contributo femminile alla vita della Chiesa
 
La prospettiva è delineata, proviene dalla bocca di Francesco, servo dei servi di Dio nella carità, perché anche il linguaggio tradisce o svela il significato di parole e di mentalità.
Mentre osservo, da donna, l’orizzonte, storico ed ecclesiale, in cui oggi opera la donna, rilevo tante gioie e non poche perplessità (come Francesco, sempre lui, il nostro servo, “non mi fanno paura”).
Ritengo inutile sciorinare il negativo, è comodissimo criticare, il reale problema è fare, produrre, cambiare: prima se stessi degli altri, seguendo l’imperativo del messaggio evangelico.
Perciò produco:
“Una Chiesa senza le donne è come il collegio apostolico senza Maria”: è talmente evidente da darsi sempre per scontato e dirigere lo sguardo su di un collegio apostolico, tutto maschile. La dinamica, che avverto mia, non è quella della parità o dell’uguaglianza, quindi battagliare per il riconoscimento dei miei diritti che, assolutamente, devono essere quelli goduti dai maschi di Chiesa. È ben altra: la libertà di vivere in quel collegio per quella che sono, con i miei desideri, le mie mete. Quando sia lo Spirito a soffiarle in me e non una rivendicazione sociale;
“Il ruolo delle donne è l’icona della Vergine, della Madonna”: quindi tutto è fatto? Costituito? Magari prefabbricato? Chi così pensa è ancorato/a ad una visione statica della donna e non ha afferrato il significato del Vangelo di Luca, perché nel “custodire” e nel “confrontare” di Maria è sotteso e contenuto il lottare, l’interrogarsi, l’affrontare la storia e darvi risposta nella fede;
“E la Madonna è più importante degli apostoli. La Chiesa è femminile perché è sposa e madre”: non primato cui cedere il passo, privilegio da far pagare in talleri sonanti, ma responsabilità, teologica e teologale, cioè da incarnare nel vissuto quotidiano della donazione e dell’oblazione di sé, da vera sposa e vera madre;
“non si può capire una Chiesa senza le donne attive in essa”: la storia della Chiesa conosce una corrente che la pervade, mai stata esplorata, di donne “attive” che solo lo sguardo delle storiche donne è in grado di mettere in luce. Compiuto questo, oggi vogliamo la nostra visibilità operante;
“per me la donna del Paraguay è una donna gloriosa”: non perché donna musa, donna accondiscendente e presente solo nel ruolo di domestica, ma donna che sappia assumersi le sue responsabilità di sposa e madre quando tutto rema contro. Lo sguardo femminile è nutrito di speranza, sa guardare oltre e prendere le distanze da un presente disastroso;
“Non abbiamo ancora fatto una teologia della donna”: già, aggiungo: non si tratta di eliminare il pensiero maschile e voler procedere su esclusivi ed escludenti binari femminili, ma di saper accogliere il pensiero teologico della donna, quando questa sia in grado d’interloquire e d’immettere l’intelletto del cuore, non romanticismo di bassa lega ma autentica empatia dialogante, respiro nostro;
“Giovanni Paolo II si è pronunciato con una formulazione definitiva, quella porta è chiusa”: perché deve fare problema o suscitare moti di rivoluzione? È solo questo che noi donne vogliamo dalla Chiesa. Io dico no. L’equiparazione o l’ordinazione sacerdotale alle donne non punterebbe al fondo del tesoro d’intelligenza amorosa della donna ma solo a una presunta parità. Il sacerdozio è un ministero per la storia del popolo in cammino, un servizio. Maria, con lei e come donna, sono icona di chi accoglie il mistero di vita, morte e risurrezione.
Noi donne annunziamo Gesù Cristo Risorto.
31 luglio

 

 
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