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Noi monache ci siamo tutte PDF
di C. Dobner

Con le monache benedettine camaldolesi all'Aventino siamo presenti tutte noi, oranti per chiamata, nella compresenza di tutte le "concorrenti", perché siamo un corpo solo, in quell'armonia delle differenze che rappresentano le mille sfaccettature in cui l'irruzione di Dio si incarna nelle vite umane
 
È il nostro giorno, di noi che sembriamo distanti e lontane ma in realtà siamo vicinissime alla storia, perché vi siamo immerse.
Dall’umanità proveniamo e con l’umanità camminiamo nel nostro quotidiano, anche se lo spazio è sempre quello e ristretto del monastero.
Per sottolineare questa chiamata a “rimanere” per accogliere la Parola, Francesco viene a noi.
Certo è dalle nostre… “concorrenti”, come ha affermato nel corso di un’altra visita, ma nella forza del simbolo e della comunione fraterna, concorrenti sì, concorrenti no, noi monache ci siamo tutte.
La luce della cappella s’irradia sulla piccola comunità camaldolese, che accoglie l’arrivo di Francesco nel castone liturgico dell’incontro nel cuore pulsante della chiesa che innalza costantemente la sua voce di lode al Padre, perché questo il fine di ogni persona.
L’Icona della Theotokos (Madre di Dio) prelude e annuncia la liturgia antica che l’Ordine camaldolese conserva gelosamente, con gesti che solcano i secoli: l’incenso, rito che risale alla Chiesa di Gerusalemme del II secolo, le mani alzate al ritmo del canto pacato e intenso. Il sapore dell’Oriente.
Con questa comunità orante siamo presenti tutte noi, oranti per chiamata, nella compresenza di tutte le “concorrenti”, perché siamo un corpo solo, in quell’armonia delle differenze che rappresentano le mille sfaccettature in cui l’irruzione di Dio si incarna nelle vite umane.
In questa festa mariana, condivisa da tutte le tradizioni liturgiche, dal raccoglimento intenso di Francesco emergono delle parole che tracciano il sentiero della vita di una monaca contemplativa ma anche quella di ogni cristiano che rivolga i suoi occhi al Signore.
“Chi è mia madre?” È l’interrogativo che balza fuori dalla parola evangelica e ritaglia Colei che “ha conosciuto Gesù come nessun’altro e ci propone l’atteggiamento fondamentale: l’amore stesso di Gesù di fare la volontà di Dio”.
Noi così invischiati nel nostro oggi come guardiamo al domani?
Francesco lancia questo interrogativo che radiografa la vita di una contemplativa e rivela il polso di una situazione di verità: il domani di Dio... Lo sappiamo accettare noi che vogliamo solo il nostro oggi?
Se Maria è stata “l’unica lampada accesa al sepolcro”, perché pulsava di speranza, che cosa accade in monastero?
Francesco alza lo sguardo dal foglio del suo discorso e chiede a tutte noi monache: “In monastero è ancora accesa? In monastero si aspetta il domani di Dio?”.
Le condizioni sono innervate dalla testimonianza di Maria ma insieme implacabilmente nitide:
- l’ascolto;
- la contemplazione;
- la pazienza;
- l’attesa che i tempi maturino.
L’esortazione si rivolge a una postura profonda di vigilante attesa del mistero, anche quando tutto è oscurato e ci diciamo: “Questo non è vero, sono stata ingannata”. Maria non lo ha fatto e ci sostiene nel buio dello sconforto, nella sconfitta apparente.
Ecco allora la sfida: fare della nostra vita un’offerta gradita, un dono per i fratelli, una vita che osi guardare al domani.
Indubbiamente vorremmo anche noi poter sbirciare e captare il colloquio privato, forse però è questione di pazienza e le sorelle (...concorrenti!) ci racconteranno tutto o quasi tutto.
L’esortazione a non demordere parte dalla viva paternità di Francesco e scolpisce con il “domani” la nostra vita che desidera essere effusa a “sostegno della Chiesa”.
Dobbiamo far scorrere ossigeno quando si respira aria inquinata e darci ragione, gioiosa, di quella che Francesco ben sa è la nostra “importante missione”, per un domani ricco di speranza.
La gioia diventa la prova del nove, una sorella con il volto a nerofumo, davvero non corrisponde a quella monaca che Francesco pensa e vuole, perché ha incontrato Gesù Cristo e da Lui ha appreso che cosa significhi umanità e speranza.

21 novembre
 
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