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Un Padre "umanissimo" PDF

di C. Dobner

Nella vita eremitica di donne che condividono lo stesso eremo, cioè il deserto, così come è pensata e proposta dalla viva esperienza di Teresa di Gesù, la presenza di Gesù Cristo ne è il perno. Si dirà: peraltro come in ogni vita consacrata. Risponderò: con colori e tonalità specifiche. Queste tenterò di delineare.
Per la Madre del Carmelo riformato il perno è l’Umanità di Gesù Cristo, vivo e presente nella sua persona fra i suoi nella storia.
Nella sua ricca esperienza mistica Teresa affermava di sentirLo al suo fianco, di udire la Sua voce e di vederLo.
Questo non è dato a tutti sulla strada che porta a lodare Dio e intercedere per la salvezza di tutti.
A tutti e a tutte invece è dato, per dono dello Spirito, di lasciarsi plasmare nell’uomo nuovo, in quello che ha abbandonato il proprio egoismo e lascia che la sua vita muti così che il Padre possa vedere il Volto del Figlio disegnarsi nella vita di chi lo cerca.
Non è un percorso fumoso o che voglia astrarsi dalla concretezza, per Teresa, che notoriamente aveva i piedi ben piantati per terra anche se il cuore pulsava nella vita trinitaria, è quanto di più concreto si possa proporre ad una persona. Perché il Verbo si è fatto carne, si è fatto Uomo proprio come noi.
Quando espresse non questo concetto ma questa relazione vitale nel capitolo 22 della “Vita”, Teresa fu energicamente contestata ma non si lasciò smuovere.
Avrebbero voluto farle asserire che, dopo aver percorso le diverse dimore del Castello Interiore ed essere giunti alla settima, cioè all’ultima dove ormai abita il Grande Re e domina la sua gloria, in questa mistica dimora finale l’Umanità di Cristo si sarebbe dovuta abbandonare.
Teresa lo ribadisce: l’Umanità di Cristo non va mai abbandonata. Pena anche di uscire in un qualche modo dalla nostra dimensione storica, personale e comunitaria.
Egli ha voluto essere partecipe della nostra storia, quella quotidiana e banale di ogni giorno, quella che sembra grigia e consueta. La ha però trasfigurata, infondendole la sua Luce, facendo sì che ogni gesto, per quanto minimo e ridotto, potesse diventare la lode al Padre, il grido di ogni persona che, lasciandosi trapassare dal mistero dell’Incarnazione, viveva qui e già da ora, quella dimensione di amore che rende la vita piena e colma.
Teresa era innamorata dell’Umanità di Cristo, di questa partecipazione radicale e intensa donata a ciascuno, posto che voglia aprire gli occhi su di una dimensione che pervade, silenziosamente, la storia del mondo e di tutti singolarmente.
Quindi le è impossibile tacere, deve proclamarlo e annunciarlo, con quella potente arma che è la scrittura e con quella, ancora più potente, che è la santità consumata e offerta costantemente.
Ogni giorno allora, ogni minuto, diventa un cammino compiuto dentro e insieme all’Umanità di Cristo: dal Suo avvento nella storia, passando nella Sua Pasqua al Padre nel grande miracolo della Sua risurrezione. Il mistero che si snoda fecondando il tempo e la storia, incarnandosi e salvando.
Fino a giungere a quel vertice che Paolo indica nella sua lettera ai Galati e che un’altra carmelitana, figlia della Madre degli Spirituali Teresa, ha espresso e vissuto singolarmente: Elisabetta della Trinità.
In una lettera punta diritta al nucleo incandescente della vita monastica con una novità di linguaggio:

Che il peso del suo amore la trascini fino a quella felice perdita di sé di cui parlava l’Apostolo quando esclamava: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me”. É questo il sogno della mia anima di carmelitana, questo il sogno, credo, anche della sua anima sacerdotale. É soprattutto il sogno di Cristo, ed io gli chiedo di realizzarlo pienamente nella mia anima. Cerchiamo di essere per lui in certo modo un’umanità supplementare in cui egli possa realizzare il suo mistero, ed io l’ho pregato di stabilirsi in me come l’Adoratore, come Riparatore, come salvatore, e non posso dirle quanta pace mi dà il pensiero che Egli supplisce alle mie impotenze! 

13 febbraio

 
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