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L’emiro che salvò gli infedeli PDF

di C. Dobner

Damasco, 9 luglio 1860: sommosse e violenze contro i cristiani, scuotono la città. Abdelkader, con i suoi figli e i compagni, impugna le armi e protegge la comunità cristiana dai drusi, gridando: «Cristiani! Uscite! Non abbiate paura di noi, siamo gli uomini dell’emiro Abdelkader, seguiteci per salvarvi!». Chiede anche ai vicini di aprire le loro case per accoglierli: ne salva quindicimila. Per questo coraggioso intervento verrà insignito della Legione d’onore e dell’Ordine di Pio IX. Abdel risponde: «Il bene che abbiamo fatto ai cristiani non è altro che l’applicazione della Legge dell’Islam e il rispetto dei diritti umani, tutti gli uomini infatti sono la famiglia di Dio e il più amato da Dio e colui che è più utile alla sua famiglia. Tutte le religioni –da Adamo a Maometto-si appoggiano su due principi: affermare la grandezza di Dio e mostrarsi clemente con le sue creature, il resto non ha grande importanza».
Chi sia  questo coraggioso personaggio lo narra Mustapha Chérif nel suo intrigante e documentato libro: L’Émir Abdelkader. Apôtre de la fraternité (Odile Jacob, Paris, 2016, pp. 176, 21,90€).
Abdelkader nacque il 6 settembre 1808 nelle vicinanze di Mascara in Algeria, in una famiglia di studiosi, terzogenito di Mahieddine, capo della confraternita Quadiriyya. A cinque anni leggeva e scriveva, a otto anni, insieme al padre, compì il primo pellegrinaggio alla Mecca; a dodici anni potendo leggere e commentare il Corano fu onorato dal titolo di hafiz, concesso a chi lo conosceva a memoria. Dotato intellettualmente poté godere di una formazione eccezionale che spaziò dalla lingua e dalla letteratura araba, passando per la storia, la filosofia e l’astronomia.
In una personalità così ricca ed evoluta, leale, coraggiosa e pia, tratti epici si intrecciano con tratti colti, guerreschi e fortemente spirituali: è un combattente che ha segnato la storia della sua patria ma anche uno scrittore religioso e poeta ispirato.
A soli ventiquattro anni il padre lo presentò alle tribù Hachem Beni-Amer ma Abdelkader rifiutò il titolo prestigioso di sultano e optò solo per quello di emiro, cioè principe, con il doppio potere religioso e temporale. Fu investito quindi del burnus violetto.
Abdel, abile negoziatore, dopo un’accoglienza nutrita di confidenza della colonizzazione si oppose, con il suo esercito indubbiamente inferiore, alle armate francesi dal 1832 al 1847.
Nel 1834 l’emiro stipulò un trattato di pace e divenne sovrano su tutta l’Orano, perché ritenuto un alleato garante della sicurezza dell’interno del paese. Abile politico e instancabile militare mise in atto il suo piano: la costruzione di uno stato in cui le tribù e le confraternite algerine riunite potessero resistere ai francesi, espellerli dai confini e creare una società nuova.
Tre anni dopo a seguito del trattato di Tafna, si ritrovò a capo di un paese esteso dal centro dell’Algeria fino al confine del Marocco, dimostrandosi grande amministratore legale e organizzatore del suo esercito regolare.
Nel 1841 la Francia decise l’occupazione totale dell’Algeria e la guerra scoppiò in tutta la sua crudeltà con le terribili fumate che asfissiarono migliaia di uomini rifugiatisi nelle grotte.
L’Emiro possedeva una biblioteca immensa e dai suoi scritti e discorsi dimostra familiarità con i grandi pensatori: Platone, Aristotele, AlGhazali, Ibn Rushd e Ibn Khaldun che conosceva a memoria. Desiderava essere percepito come il realizzatore dell’armonia dei contrari, proponendo l’universalità e la sua azione fondatrice del diritto umanitario internazionale: «Non domandatevi mai quale sia l’origine di un uomo, interrogate piuttosto la sia vita». Affermava: «se venisse a trovarmi chi vuole conoscere la via della verità, io lo condurrei senza pena fino alla via della verità, non spingendolo ad adattarsi alle mie idee, ma facendo apparire la verità ai suoi occhi».
Nel 1843 fu costretto a rifugiarsi in Marocco e, nel 1847 abbandonato dagli alleati marocchini, chiese di poter risiedere a San Giovanni d’Acri oppure ad Alessandria. Tradito e portato a Pau si rifiutò di uscire dai suoi appartamenti: «Sono in lutto e un arabo in lutto non lascia la sua tenda; sono in lutto della mia libertà e non lascerò quindi la mia camera», in seguito fu trasferito ad Amboise. Il suo stile di vita stupiva: meditava alzandosi all’alba e andando alla moschea, studiava nella sua biblioteca fino a mezzogiorno, ritornava alla moschea e vi impartiva l’insegnamento da maestro spirituale ogni giorno per tre ore.
Il vescovo di Algeria, Mons. Dupuch, sollecitò la sua liberazione, avvenuta nel 1852. Luigi Napoleone, il futuro Napoleone III, lo ricevette e pensò di nominarlo viceré del Regno arabo ma Abdel rifiutò. Solo nel dicembre 1855 potrà vivere a Damasco e dedicarsi alla stesura di scritti mistici sufi come Kitab al –mawâqif, Le livre des haltes, che riflette il suo pensiero di maestro spirituale sull’unità divina, il puro amore e l’adorazione perfetta.
Il grande mistico sufi, sintesi fra Oriente e Occidente, apostolo della fraternità, che si definiva un istmo fra le umanità, le culture e le alterità, morì, dopo breve malattia, il 25 maggio 1883, ma raggiungerà l’amata patria solo nel 1966: «la vita e l’opera di Abdelkader contraddicono la propaganda che pretende che l’Islam incoraggi e presupponga la violenza e attenti ai diritti umani, le questioni della giustizia, dell’interconoscenza e del vivere insieme sono aspetti prioritari per l’Islam».

15 marzo

 
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