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Come muoiono i santi PDF

di C. Dobner

SICARI ANTONIO MARIA
Come muoiono i santi
Ed. Ares, Milano 2016, pp. 218, 12,90€.


«Ho raccontato la morte di molti santi, ma tutti mi hanno confermato la verità di questa antica intuizione cristiana. Quando muore un santo, è la morte che muore! » con queste parole il carmelitano scalzo Antonio Maria Sicari inizia il suo volume Come muoiono i santi rivelando la prospettiva vitale con la quale affronta un tema apparentemente lugubre. Come racconta lui stesso, infatti, un amico, alla vista del manoscritto, aveva obiettato: «Non sarà un po’ triste la lettura di questo libro? ». In realtà l’autore vuole dimostrare che si può affrontare questo momento inevitabile in modo sereno, cioè si può  «andare incontro alla morte con la certezza gioiosa di abbracciare la Vita, dopo che in terra si è potuto umanamente contemplare il Germe della Salvezza».
Antonio Maria Sicari non traccia una teologia spirituale o una metafisica, una sorta di trattato a priori, ma osa entra nel vissuto esperienziale di cento santi che ci hanno preceduto per evidenziare  “come” hanno affrontato i loro ultimi momenti di respiro umano, prima di lasciarsi trapassare dal respiro del Soffio e giungere a contemplare il Volto di Dio.
La narrazione si sviluppa in otto tipologie di cui ciascuna racchiude, in ordine cronologico, persone come noi, appartenenti a epoche e secoli diversi, a culture ed ambienti sociologici lontani o sconosciuti per poi sfociare nella conclusione mariana,  i versi che Dante dedica alla Vergine, Colei affascina i santi: “Indi rimaser lì nel mio cospetto/”Regina coeli” cantando sì dolce che mai da me non si partì il diletto”.
La prima tipologia si intitola Morire martiri, opto per Don Pino Puglisi, il cui nome evoca il quartiere periferico di Palermo «dove la mafia coltivava tra i ragazzi la sua futura manovalanza». Come reagì quando giunse il fatidico momento? «Me l’aspettavo-disse, con un indimenticabile sorriso buono mentre l’esecutore gli sparava alla nuca».
Rita da Cascia, per la seconda tipologia Morire d’amore, ci dona «non solo un miracolo cortese, ma un mistico scambio: per tanti anni Rita aveva portato sulla sua fronte la dolorosa ferita della spina ora, al termine di quella passione, Cristo le donava giustamente una rosa». Rita l’aveva desiderata e sembrava delirasse. In pieno inverno con la coltre di neve nell’orto, chiedere una rosa? E due fichi maturi? Eppure proprio questo fu il dono.
Katharine Mary Drexel, figli di ricchi banchieri, incarna la tipologia del Morire di passione ecclesiale. Grazie infatti allo “spreco” di tutte le sue sostanze per la promozione di indiani e neri d’America, si giunse all’abrogazione delle leggi di segregazione razziale. Dopo diciassette anni di quasi immobilità, nel 1955 «morì con questa dolce preghiera sulle labbra: “O Spirito Santo, voglio essere una piuma in modo che il tuo respiro possa portarmi dove vuoi tu».
Morire di carità materna è un dono grande, insieme inatteso e coltivato, come scriveva Annalena Tonelli, missionaria laica fra gli ultimi del Kenia e della Somalia. «Vorrei che tutti coloro che amo imparassero a vedere la morte con semplicità. Morire è come vivere. La mia vita è per loro, per questi piccoli malati, per i mutilati nel corpo e nello spirito, per gli sfortunati che non lo hanno meritato. Se io potessi vivere e morire d’amore! Mi sarà concesso? ». La sera del 5 ottobre 2003 mentre «se ne stava sola in compagnia dell’Eucaristia» nel piccolo ospedalino non ancora ultimato, fu raggiunta da due colpi di fucile sparati alla nuca. Dono concesso.
Promettente pittore e amante della Bellezza il polacco Adam Chmielowski, profondamente coinvolto dall’ Ecce Homo che tentava di dipingere, dedicò la sua vita agli indigenti vestito di una povera tonaca, facendosi chiamare Alberto «che si è fatto padre dei poveri». Torturato da un cancro allo stomaco rifiutò il letto e volle morire sulla sua branda e il cuscino di paglia fra i suoi poveri. Morire di carità paterna quindi «a segnare la differenza tra la carità e ogni altra filantropia».
Leopoldo Mandic, che passava dalle dieci alle quindici ore al giorno nel confessionale, di carattere focoso si sentiva vicino a chi era fragile, sempre con lo spirito sereno e «deciso a morire di fatiche apostoliche». Su di lui «pesavano le angosce di coloro che egli aveva confortato, e ai quali aveva detto: “Farò penitenza io!” ». Un tumore all’esofago lo stava distruggendo, alle parole “O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria” cantate dai confratelli «si addormentò, come un vecchio bambino nelle braccia di colei che aveva sempre chiamato con tenerezza (nel linguaggio degli antichi veneziani) la Paróna benedeta».
Una ragazza diciottenne, Chiara Badano, colpita da un osteosarcoma di quarto grado e perciò condannata a morire, ha saputo stare «al gioco del Signore» e con il suo nuovo nome, scelto da Chiara Lubich, «Chiara Luce… perché è la Luce che vince il mondo», ha saputo «tramutare la sua passione in canto nuziale». Disse alla mamma «Ciao, sii felice perché io lo sono». Testimone del Morire Innocenti.
Travolto dal disordine della sua vita, Jacques Fesch è condannato a morte per assassinio dell’agente che stava per arrestarlo. Nulla pareva preludere alla possibilità di Morire santi. In carcere lo raggiunge la grazia di Dio, si converte e «trasforma la sua prigione in una cella di monaco e regola la sua vita, facendo un’intensa vita di preghiera». Si prepara a vivere l’esecuzione come un martirio «il 30 settembre 1957, 60° anniversario della morte di santa Teresa di Gesù Bambino, nel Diario segna: “ultimo giorno di lotta. Domani a quest’ora sarò in cielo… Del tutto miserabile come sono, mi viene fatto il grande onore di poter imitare Nostro Signore Gesù Cristo».
Rimane aperto, per chiunque legga questi racconti l’interrogativo di fondo: io come morirò? Quale sarà il mio dono a Dio, alla Chiesa e all’umanità?
La risposta di Bernanos ci ricorda che «non si muore ciascuno per sé, ma gli uni per gli altri, o magari al posto degli altri, chi sa! ».

1 maggio

 
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