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Wiesel PDF
di C. Dobner
«L’avventura di un pazzo che, una notte, vide non la fine di tutte le cose ma il loro inizio… che andò a Gerusalemme come un mendicante, un pazzo che non credeva ai suoi occhi, alle sue orecchie e, soprattutto, alla sua memoria».
Così definiva se stesso Elie Wiesel quando gli fu assegnato il Premio Medici nel 1986. Le sue narrazioni sembrano concepite come un canto funebre e continuo ma di chi è ancora in vita e guarda alla speranza.
«Lei ritorna da lontano». Parole che per lui indicano il secondo ritorno: sopravvissuto alla follia nazista nell’orrore dei campi di Auschwitz Buna e Birkenau e al grave intervento a cuore aperto. Chi sopravvive, egli attesta, rimane con il cuore greve, deve apprendere a guardarsi dentro, deve ripetersi come «dice la Scrittura: “sceglierai la vita”».
Nei momenti angosciosi della preparazione all’intervento la memoria compie il suo viaggio a ritroso: «So che ogni ricerca implica l’altro, come ogni parola può divenire preghiera. Se la vita non è una celebrazione, a che serve ricordarsene? Se la vita, la mia o quella del mio prossimo, non è un’offerta all’altro, che ci facciamo su questa terra?».
L’effetto narcotico dell’anestesia avvolge il malato dal cui animo risale un canto, Ani Maamin, Io Credo, unito alle voci dei deportati che lo cantavano ad un passo dal loro assassinio nella camera a gas. Stück, pezzo, numero A-7713 per gli assassini nazisti, il malato si chiede: «Potrò cantarlo lassù? Potrò intonare a mia volta questo nigun che contiene tutto ciò che ho desiderato esprimere nei miei scritti?».
Riprese le forze il ritornato due volte ed affermò «la malattia può sminuirmi, ma non annientarmi. Il corpo non è eterno, ma l’idea dell’anima lo è. Il cervello verrà sepolto, ma la memoria gli sopravvivrà».
Quella memoria che definì “trasfusione” e che papa Francesco, nel ricevere il Premio Carlo Magno, farà sua: «Lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. E’ necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato, ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana».
Elie Wiesel, nato a Sighet nel 1928 e deportato a quindici anni, Premio Nobel 1986 per la Pace, si può considerare una sentinella, Shomer in ebraico, che scruta sul suo secolo XX, devastato dall’infuriare della Shoah. Sentinella bruciata da una fiamma che gli arde dentro. Nell’immediato dopo guerra, come attesta anche il recente film Il labirinto del silenzio, la memoria collettiva era sorda, irrimediabilmente sorda alla tragica e devastante esperienza della Shoah. Prova ne sia il rifiuto per anni di quel libro che, con il tempo, sarebbe divenuto un capolavoro e un autentico best-seller che superò i 10 milioni di copie vendute: La notte.
Auschwitz è al centro della storia del XX secolo, in quel anus mundi in cui «i corpi diventavano leggeri come il fuoco e le ceneri invadevano il cielo» e «“Camino” non era qui una parola priva di senso: aleggiava nell'aria, mescolata col fumo. Era forse l'unica parola che avesse qui un senso reale».
Per Wiesel «Auschwitz fu un fenomeno unico, un evento unico… nel secolo della morte dell’uomo…quando dico “notte”, intendo l’Olocausto, quel periodo. “Notte” è diventata un simbolo per l’Olocausto, per ovvie ragioni. Come detto, una notte discese sull’umanità, non solo in Europa, ma dovunque. Chiunque visse in quei giorni assorbì parti o frammenti di quella notte. La notte racchiude il destino umano e la storia umana. La notte è un simbolo di quel periodo, un simbolo terrificante. Quando tento di parlare di quelle notti, semplicemente dico “notte”».
Come allora poter vivere? «Per non tradire noi stessi tradendo i morti, possiamo soltanto aprirci alla loro memoria silenziosa, e tendere l’orecchio». Così non concesse vittorie postume a Hitler: nei suoi scritti fu ebreo, testimone e scrittore, tutto unito nella sua persona, sopravvissuto «per puro caso». Era animato da un pensiero «dovere dare un senso alla mia sopravvivenza, dovere giustificare ciascun mio istante. Sapevo di dovere raccontare. Non trasmettere un’esperienza è tradirla, c’insegna la tradizione ebraica. Ma come fare?». Ne trovò la precisa modalità: «Se dico che lo scrittore che è in me obbedisce a un obbligo di fedeltà, è vero. Questa sensazione anima tutti i superstiti; essi non devono nulla a nessuno, ma devono tutto ai morti. Io debbo loro le mie radici e la mia memoria. Debbo loro il fatto di trasmettere la storia della loro scomparsa, anche se sconvolge, anche se fa male. Non farlo sarebbe tradirli, dunque tradirmi. E poiché mi sento incapace di comunicare il loro grido gridando, mi accontento di guardarli. Mentre scrivo, li vedo».
Wiesel non conosce coperture quando discorre di fede: «La mia problematica è ancora aperta. Contrariamente però a quanto alcuni dei miei lettori pensarono, io non persi mai la fede. Anche durante la guerra, in quelli oscuri luoghi, continuai a pregare Dio».
Proprio verso Dio si rivolge quella preghiera dello Shomer che è un atto di fede: «Fede in Dio e nella storia, fede in Dio come Padrone della Storia, giusto e insieme onnipotente e caritatevole. Fede nella parola, fede nella fede».
Fu combattente contro tutte le violenze e i soprusi: «Rivendico la pace per il Vicino Oriente, insorgo contro tutte le aggressioni, tutte le guerre. Protestando contro l’incitamento allo sterminio del mio popolo, protesto contro il soffocamento della libertà a Praga. Cercando di mantenere vivo il ricordo dell’olocausto, denuncio il massacro dei biafrani e la minaccia nucleare».
Dopo la tragedia delle Twin Towers dell’11 settembre 2001, Wiesel affermò: «L’odio è come un cancro, quando c’è è difficile fermarlo perché contagia da cellula a cellula, da arto a arto, da persona a persona fino alla morte».
Dalle tenebre seppe trarre luce: «“Ecco come stanno le cose”. “Amen” in ebraico significa “ecco come è”. I testimoni che noi siamo ci fanno diventare messaggeri». Elie Wiesel ora può cantare in eterno: Amen.
4 luglio
 
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