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L'arte di Dio. Accostare la persona dalla parte del cuore PDF
C. Dobner

Il volto di Francesco è a tutti noto e da tutti amato per la semplicità e l’austera dolcezza. Nessuno ignora i cantici scaturiti dal suo cuore innamorato. Se gli si potesse applicare una misura odierna, pari a quella che si usa nei siti on line, il conta entrate salirebbe a cifre vertiginose. Sono sempre esiti che indicano un valore, una richiesta. In un certo senso, un seguire Francesco e lasciarsene innamorare. Benedetto XVI, a chi lo ha seguito nel pellegrinaggio d’Assisi, con una forma morbida e pacata, chiede una rivoluzione, uno spostamento di valori, di decisioni che si incidano nella storia con lo stesso vigore e la stessa esuberante fioritura di quella operata da Francesco. La strada scelta è quella di immettere nel vivo del dinamismo della conversione, è ben noto come i biblisti spieghino il termine ebraico: un rovesciamento che, insieme, deve permanere fisso e sempre risultare plasmabile, per ciò stesso mobile. Conversione - quasi un puntare i talloni, ruotare per poi procedere in senso esattamente contrario - suppone che la persona sia decisa, colpita da un incontro, da una scossa. Un giovanotto pieno di risorse e di vigore, un gaudente che però prova il vuoto, l’amarezza della futilità che lo circonda: un aspetto di Francesco che pochi forse non hanno mai assaporato. Alcuni con i talloni che ruotano, altri risucchiati dalle sabbie mobili di quanto appare, di quanto balugina.
Benedetto XVI non solo denuncia ma cura, da Padre che conosce il Gesù venuto per guarirci. Infatti, tocca con mano l’immagine di noi stessi per la cui salvaguardia siamo disposti a ogni fatica, a valicare ogni ostacolo impervio, ne scopre però, con semplice mossa, la radice profonda: la vita centrata su noi stessi. L’urto invece che scuote il convertito è proprio il decentrarsi, riconoscere che Gesù Cristo è il centro della vita. E da Lui ricominciare a vivere e a ricollocare le pietre della vita.
Pensare Francesco ambizioso potrebbe sembrare un degradarlo, attribuirgli un difetto che mina ogni rapporto umano, una sorta di picconaggio all’agiografia: un santo che freme di ambizione? Benedetto XVI conosce l’animo umano e ha superato la visione del Santo circondato da gigli con il sorriso stereotipato sulle labbra. Oleografie che, oggi, non riusciamo ad accettare e che vanno comprese all’interno di un’accurata indagine dello spirito del tempo… di un tempo appunto!
Ed oggi? Con tutte le nostre cognizioni e aperture psicologiche, psicanalitiche e psicofisiche? L’approccio è altro, realmente culturale. Benedetto XVI ci insegna l’arte di Dio, l’antica arte di Dio che si ritrova in piena sintonia e accordo con il nostro oggi, quantomeno di chi è pensante. L’accostare cioè la persona dal lato che più gli è confacente e consono. Il linguaggio di Dio nel cuore della persona si riveste di quelle parole e di quei termini che la persona può capire e fare proprie. È l’astuzia evangelica che supera ogni arte diplomatica, ogni tecnica di esperto psicologo.
Francesco è ambizioso? Ebbene lo Spirito non lo nega, non lo mortifica come un tempo un certo tipo di ascesi avrebbe richiesto. Lo Spirito agisce in positivo: sei ambizioso? Rivolto però solo a te stesso, al mondo, all’immagine di te? Cambia polo: entra nel Regno che Gesù annuncia, questa molla che ti urge dentro falla diventare servizio per annunciare la Parola. L’immagine di te lasciala perdere e sii attento all’immagine che Dio, in te, ha plasmato, quella a Sua immagine e somiglianza.
La trasformazione in Cristo è l’esito di quel girare sui talloni, quasi cadendo nel grembo del Misericordioso, la distruzione cede il passo alla costruzione della persona nello Spirito, e da quel ragazzo gaudente, vanesio e buontempone fiorisce un uomo che “brucia in un fuoco di amore” e continua a divampare dopo secoli in tutte le sue figlie e figli.
Spesso affermiamo: se le pietre potessero parlare! Le pietre di Assisi, de lla Porziuncola, di ogni luogo sfiorato da Francesco parlano, eccome! Bisogna saperle ascoltare, lasciarsi magnetizzare quando si percorrono quelle colline, quei sentieri dal sapore ancora medievale. Bisogna saperle ascoltare e vedere nell’impronta che hanno lasciato in chi vi ha transitato, in chi vi ha sostato, in chi vi ha cercato dimora. Penso a coloro che come Francesco non si lasciano attirare dall’odierno miraggio della Second Life, dal trastullarsi effimero e pericoloso del virtuale e dei suoi raggiri, ma scendono nella profondità di loro stessi per incontrare Chi solo può dare loro risposta; come afferma Benedetto XVI: “È Cristo la verità divina, l’eterno Logos, in cui ogni dia-logos nel tempo trova il suo ultimo fondamento. Francesco incarna profondamente questa verità “cristologica” che è alle radici dell’esistenza umana, del cosmo, della storia”.

19 giugno 2007
 
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